Il Novecento è il secolo in cui l'italiano diventa veramente la lingua di tutti. Quando Pirandello pubblica nel 1922 le prime Novelle per un anno, l'italiano è la seconda lingua di buona parte dei suoi lettori; quando Camilleri pubblica nel 1994 La forma dell'acqua, l'italiano è la prima per quasi tutti — e proprio per questo i dialetti tornano a interessare la letteratura, come materiale espressivo, non più come limite.
Camilleri è il caso più studiato: il suo "vigatese" è un italiano contaminato di siciliano, costruito ad arte, leggibile da chiunque ma riconoscibile come "altro". Croce, da Napoli, aveva discusso la questione della lingua con il linguista tedesco Karl Vossler in un carteggio quarantennale; Calvino in Einaudi aveva scritto saggi sulla lingua italiana e contemporaneamente curato la prima traduzione integrale italiana del Pinocchio per ragazzi. Sono cinque archivi che, messi vicini, raccontano una storia sola: come l'italiano si è fatto lingua di una nazione, e come i dialetti sono entrati in letteratura per raccontare ciò che la lingua nazionale non sapeva dire.